“Tutto ciò che non mi fa morire mi rende più forte”. Con queste parole quasi di sfida, riprese da F. Nietzsche , si apre la presentazione del libro “La resilienza. Cos’è e come possiamo insegnarla ai nostri figli”. In questo lavoro l’attenzione è focalizzata su quell’insieme di atteggiamenti e di scelte di vita che il linguaggio comune indica come forza d’animo: quellarisorsa che ci permette di superare delusioni, sconfitte, tensioni, lutti e di continuare, più forti, il cammino dell’esistenza. La si può chiamare anche capacità di reagire, riferendosi a quell’insieme di risposte positive che ciascuno di noi mette in atto quando si trova a dover affrontare momenti e passaggi difficili o anche veri e propri traumi.
La «resilienza»
Al processo che regola la forza d’animo si può dare il nome di «resilienza», un termine che in sé descrive la proprietà che hanno i materiali di resistere e di mantenere la propria struttura, di ritrovare la propria forma originaria dopo essere stati pressati; ma il termine «viene normalmente usato nella lingua francese (rèsilience) e in quella inglese (resilience), per indicare un tratto della personalità capace di mobilitare le risorse più profonde dei singoli, dei gruppi e delle comunità. In questo senso l’azione della resilienza può essere paragonata all’azione del sistema immunitario con cui il nostro organismo risponde alle aggressioni dei batteri. Di fronte agli stress e ai colpi della vita, la resilienza dà infatti luogo a risposte flessibili che si adattano alle diverse circostanze ed esigenze del momento» (p. 7). Non è quindi la semplice capacità di resistere alle frustrazioni della vita, ma esprime la voglia di combattere, di non lasciarsi andare, di ricostruire. Nella capacità di resilienza convergono fattori di varia natura: cognitivi, emotivi, familiari, sociali, educativi, esperienziali, che con la loro azione congiunta danno alla persona la forza di affrontare le difficoltà senza perdere la serenità. Questa forza viene analizzata in tutti i suoi aspetti attraverso un percorso soprattutto pedagogico per aiutarci a scoprirla in noi stessi, a incoraggiarla negli altri, a coltivarla nelle famiglie. Viene presentata così una sorta di «psicologia preventiva» che mira a dar fiducia e a rendere consapevole l’individuo dei propri «tratti resilienti», nella convinzione che l’essere umano ha in sé le risorse e le energie per reagire e resistere ai problemi e alle complessità della vita purché ne veda il senso e trovi un appiglio di cui avvalersi. «Conoscere questi tratti ed esserne consapevoli è un primo passo per poterli applicare quando se ne presenta la necessità e mettere in atto quella che si potrebbe anche definire l’arte di risollevarsi e di riprendere il cammino» (p. 8). Resiliente è la persona capace di trarre, anche dalle esperienze negative, insegnamenti utili senza lasciarsi abbattere o spaventare più del necessario. La presentazione iniziale di esperienze estreme (gli ostaggi libanesi; la guerra, i bambini di strada…) e delle risorse psichiche che hanno aiutato ad attraversarle e a uscirne, serve all’autrice per far emergere alcuni dei tratti che costituiscono la forza di resistere in contesti avversi: senso forte di identità, solidi legami affettivi, ottimismo, fiducia nelle proprie possibilità di resistere, forti convinzioni morali, ideologiche, religiose, capacità progettuale. Di queste forze se ne fa un’analisi dettagliata. Vengono presentati i fattori protettivi e i fattori a rischio più frequenti nell’infanzia precisando però che nella capacità di resilienza sono quasi sempre in gioco più fattori che, interagendo tra loro, creano le condizioni favorevoli al recupero. Sono forze legate al carattere e alle dinamiche dello sviluppo che, a seconda del contesto, consentono di resistere passivamente o di fronteggiare attivamente le avversità. Per favorire ed educare la resilienza risulta decisiva la capacità di porsi un obiettivo nelle diverse fasi della crescita: qualcosa per cui lottare e credere. Ciò aiuta ad orientarsi verso un compito anziché restare ripiegati su se stessi prestando troppa attenzione ai propri stati emotivi. A favorire la resilienza è l’attitudine proattiva, propria di chi vive la realtà per quella che è senza illusioni, ma anche con la capacità di cogliere i segni di cambiamento e di anticiparli. Al contrario, lo stato di frustrazione e di sofferenza è favorito da un’attitudine retroattiva che fa vive il proprio ambiente come luogo ostile.

Ed in questo periodo le persone devono fare appello alla loro resilienza.
RispondiEliminaLa resilienza unita all'empowerment può fare grandi cose.
Auspico che i tempo migliorino ma, come scrivo ogni giorno sul mio blog, spero che gli operatori sociali siano in grado di fare leva su queste capacità al fine di migliorare la qualità della vita della collettività.
Un saluto,
Chiara Biraghi
http://pensierisocialidichiarabiraghi.blogspot.com/
Vero chiara, quello che dici è vero, ma cosa ne pensi riguardo al fatto che oggi più che mai abbiamo bisogno di una rivoluzione scolastica. Insegnare nelle scuole primarie cos'è la "resilienza", strategie di difesa, quindi fornire al bambino uno strumento che purtroppo un genitore non sempre riesce a dare, oltre a tanto amore...credo proprio in questa prevenzione, perchè le previsioni future non sono delle più serene. I casi di suicidio e di autolesionismo saranno in forte crescita...un forte abbraccio!
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